Giacomo leopardi collect.., p.27

Giacomo Leopardi Collected Works, page 27

 

Giacomo Leopardi Collected Works
Select Voice:
Brian (uk)
Emma (uk)  
Amy (uk)
Eric (us)
Ivy (us)
Joey (us)
Salli (us)  
Justin (us)
Jennifer (us)  
Kimberly (us)  
Kendra (us)
Russell (au)
Nicole (au)



Larger Font   Reset Font Size   Smaller Font  

  L’aria non mira. Ahi tu passasti, eterno

  Sospiro mio: passasti: e fia compagna

  D’ogni mio vago immaginar, di tutti

  I miei teneri sensi, i tristi e cari

  Moti del cor, la rimembranza acerba.

  XXIII. CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA.9

  Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai.

  Silenziosa luna?

  Sorgi la sera, e vai,

  Contemplando i deserti; indi ti posi.

  Ancor non sei tu paga

  Di riandare i sempiterni calli?

  Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

  Di mirar queste valli?

  Somiglia alla tua vita

  La vita del pastore.

  Sorge in sul primo albore,

  Move la greggia oltre pel campo, e vede

  Greggi, fontane ed erbe;

  Poi stanco si riposa in su la sera:

  Altro mai non ispera.

  Dimmi, o luna: a che vale

  Al pastor la sua vita,

  La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

  Questo vagar mio breve,

  Il tuo corso immortale?

  Vecchierel bianco, infermo,

  Mezzo vestito e scalzo,

  Con gravissimo fascio in su le spalle,

  Per montagna e per valle,

  Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

  Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

  L’ora, e quando poi gela,

  Corre via, corre, anela,

  Varca torrenti e stagni,

  Cade, risorge, e più e più s’affretta.

  Senza posa o ristoro,

  Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

  Colà dove la via

  E dove il tanto affaticar fu volto:

  Abisso orrido, immenso,

  Ov’ei precipitando, il tutto obblia.

  Vergine luna, tale

  È la vita mortale.

  Nasce l’uomo a fatica,

  Ed è rischio di morte il nascimento.

  Prova pena e tormento

  Per prima cosa; e in sul principio stesso

  La madre o il genitore

  Il prende a consolar dell’esser nato.

  Poi che crescendo viene,

  L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

  Con atti e con parole

  Studiasi fargli core,

  E consolarlo dell’umano stato:

  Altro ufficio più grato

  Non si fa da parenti alla lor prole.

  Ma perchè dare al sole,

  Perchè reggere in vita

  Chi poi di quella consolar convenga?

  Se la vita è sventura,

  Perchè da noi si dura?

  Intatta luna, tale

  È lo stato mortale.

  Ma tu mortai non sei,

  E forse del mio dir poco ti cale.

  Pur tu, solinga, eterna peregrina,

  Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

  Questo viver terreno,

  Il patir nostro, il sospirar, che sia;

  Che sia questo morir, questo supremo

  Scolorar del sembiante,

  E perir dalla terra, e venir meno

  Ad ogni usata, amante compagnia.

  E tu certo comprendi

  Il perchè delle cose, o vedi il frutto

  Del mattin, della sera,

  Del tacito, infinito andar del tempo.

  Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

  Rida la primavera,

  A chi giovi l’ardore, e che procacci

  Il verno co’ suoi ghiacci.

  Mille cose sai tu, mille discopri,

  Che son celate al semplice pastore.

  Spesso quand’io ti miro

  Star così muta in sul deserto piano,

  Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

  Ovver con la mia greggia

  Seguirmi viaggiando a mano a mano;

  E quando miro in cielo arder le stelle;

  Dico fra me pensando:

  A che tante facelle?

  Che fa l’aria infinita, e quel profondo

  Infinito seren? che vuol dir questa

  Solitudine immensa? od io che sono?

  Così meco ragiono: e della stanza

  Smisurata e superba,

  E dell’innumerabile famiglia;

  Poi di tanto adoprar, di tanti moti

  D’ogni celeste, ogni terrena cosa,

  Girando senza posa,

  Per tornar sempre là donde son mosse;

  Uso alcuno, alcun frutto

  Indovinar non so. Ma tu per certo,

  Giovinetta immortal, conosci il tutto.

  Questo io conosco e sento.

  Che degli eterni giri,

  Che dell’esser mio frale,

  Qualche bene o contento

  Avrà fors’altri; a me la vita è male.

  O greggia mia che posi, oh te beata,

  Che la miseria tua, credo, non sai!

  Quanta invidia ti porto!

  Non sol perchè d’affanno

  Quasi libera vai;

  Ch’ogni stento, ogni danno,

  Ogni estremo timor subito scordi;

  Ma più perchè giammai tedio non provi.

  Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

  Tu se’ queta e contenta;

  E gran parte dell’anno

  Senza noia consumi in quello stato.

  Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

  E un fastidio m’ingombra

  La mente, ed uno spron quasi mi punge

  Sì che, sedendo, più che mai son lunge

  Da trovar pace o loco.

  E pur nulla non bramo,

  E non ho fino a qui cagion di pianto.

  Quel che tu goda o quanto.

  Non so già dir; ma fortunata sei.

  Ed io godo ancor poco,

  O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.

  So tu parlar sapessi, io chiederei:

  Dimmi: perchè giacendo

  A bell’agio, ozioso.

  S’appaga ogni animale;

  Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?10

  Forse s’avess’io l’ale

  Da volar su le nubi,

  E noverar le stelle ad una ad una,

  O come il tuono errar di giogo in giogo,

  Più felice sarei, dolce mia greggia,

  Più felice sarei, candida luna.

  O forse erra dal vero,

  Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:

  Forse in qual forma, in quale

  Stato che sia, dentro covile o cuna,

  È funesto a chi nasce il dì natale.

  XXIV. LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA.

  Passata è la tempesta:

  Odo augelli far festa, e la gallina,

  Tornata in su la via,

  Che ripete il suo verso. Ecco il sereno

  Rompe là da ponente, alla montagna;

  Sgombrasi la campagna,

  E chiaro nella valle il fiume appare.

  Ogni cor si rallegra, in ogni lato

  Risorge il romorio,

  Torna il lavoro usato.

  L’artigiano a mirar l’umido cielo,

  Con l’opra in man, cantando,

  Passi in su l’uscio; a prova

  Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua

  Della novella piova;

  E l’erbaiuol rinnova

  Di sentiero in sentiero

  Il grido giornaliero.

  Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride

  Per li poggi e le ville. Apre i balconi,

  Apre terrazze e logge la famiglia:

  E dalla via corrente, odi lontano

  Tintinnìo di sonagli; il carro stride

  Del passegger che il suo cammin ripiglia.

  Si rallegra ogni core.

  Sì dolce, sì gradita

  Quand’è, com’or, la vita?

  Quando con tanto amore

  L’uomo a’ suoi studi intende?

  O torna all’opre? o cosa nova imprende?

  Quando de’ mali suoi men si ricorda?

  Piacer figlio d’affanno;

  Gioia vana, ch’è frutto

  Del passato timore, onde si scosse

  E paventò la morte

  Chi la vita abborria;

  Onde in lungo tormento,

  Fredde, tacite, smorte,

  Sudar le genti e palpitar, vedendo

  Mossi alle nostre offese

  Folgori, nembi e vento.

  O natura cortese,

  Son questi i doni tuoi,

  Questi i diletti sono

  Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena

  È diletto fra noi.

  Pene tu spargi a larga mano; il duolo

  Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto

  Che per mostro e miracolo talvolta

  Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana

  Prole cara agli eterni! assai felice

  Se respirar ti lice

  D’alcun dolor; beata

  Se te d’ogni dolor morte risana.

  XXV. IL SABATO DEL VILLAGGIO.

  La donzelletta vien dalla campagna,

  In sul calar del sole,

  Col suo fascio dell’erba; e reca in mano

  Un mazzolin di rose e di viole,

  Onde, siccome suole,

  Ornare ella si appresta

  Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

  Siede con le vicine

  Su la scala a filar la vecchierella,

  Incontro là dove si perde il giorno;

  E novellando vien del suo buon tempo,

  Quando ai dì della festa ella si ornava,

  Ed ancor sana e snella

  Solea danzar la sera intra di quei

  Ch’ebbe compagni dell’età più bella.

  Già tutta l’aria imbruna,

  Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre

  Giù da’ colli e da’ tetti,

  Al biancheggiar della recente luna.

  Or la squilla dà segno

  Della festa che viene;

  Ed a quel suon diresti

  Che il cor si riconforta.

  I fanciulli gridando

  Su la piazzuola in frotta,

  E qua e là saltando,

  Fanno un lieto romore:

  E intanto riede alla sua parca mensa,

  Fischiando, il zappatore,

  E seco pensa al dì del suo riposo.

  Poi quando intorno è spenta ogni altra face,

  E tutto l’altro tace,

  Odi il martel picchiare, odi la sega

  Del legnaiuol, che veglia

  Nella chiusa bottega alla lucerna,

  E s’affretta, e s’adopra

  Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

  Questo di sette è il più gradito giorno,

  Pien di speme e di gioia;

  Diman tristezza e noia

  Recheran l’ore, ed al travaglio usato

  Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

  Garzoncello scherzoso,

  Cotesta età fiorita

  È come un giorno d’allegrezza pieno,

  Giorno chiaro, sereno,

  Che precorre alla festa di tua vita.

  Godi, fanciullo mio; stato soave,

  Stagion lieta è cotesta.

  Altro dirti non vo’; ma la tua festa

  Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

  XXVI. IL PENSIERO DOMINANTE.

  Dolcissimo, possente

  Dominator di mia profonda mente;

  Terribile, ma caro

  Dono del ciel; consorte

  Ai lùgubri miei giorni,

  Pensier che innanzi a me sì spesso torni.

  Di tua natura arcana

  Chi non favella? il suo poter fra noi

  Chi non sentì? Pur sempre

  Che in dir gli effetti suoi

  Le umane lingue il sentir proprio sprona,

  Par novo ad ascoltar ciò ch’ei ragiona.

  Come solinga è fatta

  La mente mia d’allora

  Che tu quivi prendesti a far dimora! v. 15-52

  Ratto d’intorno intorno al par del lampo

  Gli altri pensieri miei

  Tutti si dileguàr. Siccome torre

  In solitario campo,

  Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.

  Che divenute son, fuor di te solo,

  Tutte l’opre terrene,

  Tutta intera la vita al guardo mio!

  Che intollerabil noia

  Gli ozi, i commerci usati,

  E di vano piacer la vana spene,

  Allato a quella gioia,

  Gioia celeste che da te mi viene!

  Come da’ nudi sassi

  Dello scabro Apennino

  A un campo verde che lontan sorrida

  Volge gli occhi bramoso il pellegrino;

  Tal io dal secco ed aspro

  Mondano conversar vogliosamente.

  Quasi in lieto giardino, a te ritorno,

  E ristora i miei sensi il tuo soggiorno.

  Quasi incredibil parmi

  Che la vita infelice e il mondo sciocco

  Già per gran tempo assai

  Senza te sopportai;

  Quasi intender non posso

  Come d’altri desiri,

  Fuor ch’a te somiglianti, altri sospiri.

  Giammai d’allor che in pria

  Questa vita che sia per prova intesi,

  Timor di morte non mi strinse il petto.

  Oggi mi pare un gioco

  Quella che il mondo inetto,

  Talor lodando, ognora abborre e trema,

  Necessitade estrema;

  E se periglio appar, con un sorriso

  Le sue minacce a contemplar m’affiso.

  Sempre i codardi, e l’alme

  Ingenerose, abbiette

  Ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno

  Subito i sensi miei;

  Move l’alma ogni esempio

  Dell’umana viltà subito a sdegno.

  Di questa età superba,

  Che di vote speranze si nutrica,

  Vaga di ciance, e di virtù nemica;

  Stolta, che l’util chiede,

  E inutile la vita

  Quindi più sempre divenir non vede;

  Maggior mi sento. A scherno

  Ho gli umani giudizi; e il vario volgo

  A’ bei pensieri infesto,

  E degno tuo disprezzator, calpesto.

  A quello onde tu movi,

  Quale affetto non cede?

  Anzi qual altro affetto

  Se non quell’uno intra i mortali ha sede?

  Avarizia, superbia, odio, disdegno,

  Studio d’onor, di regno,

  Che sono altro che voglie

  Al paragon di lui? Solo un affetto

  Vive tra noi: quest’uno,

  Prepotente signore,

  Dieder l’eterne leggi all’uman core.

  Pregio non ha, non ha ragion la vita

  Se non per lui, per lui ch’ all’uomo è tutto;

  Sola discolpa al fato,

  Che noi mortali in terra

  Pose a tanto patir senz’altro frutto;

  Solo per cui talvolta,

  Non alla gente stolta, al cor non vile

  La vita della morto è più gentile.

  Per còr le gioie tue, dolce pensiero,

  Provar gli umani affanni,

  E sostener molt’anni

  Questa vita mortal, fu non indegno;

  Ed ancor tornerei,

  Così qual son de’ nostri mali esperto,

  Verso un tal segno a incominciare il corso:

  Chè tra lo sabbie e tra il vipereo morso,

  Giammai fìnor sì stanco

  Per lo mortai deserto

  Non venni a te, elio queste nostre pene

  Vincer non mi paresse un tanto bene.

  Che mondo mai, che nova

  Immensità, che paradiso è quello

  Là dove spesso il tuo stupendo incanto

  Parmi innalzar! dov’io,

  Sott’altra luce che l’usata errando,

  Il mio terreno stato

  E tutto quanto il ver pongo in obblio!

  Tali son, credo, i sogni

  Degl’immortali. Ahi finalmente un sogno

  In molta parte onde s’abbolla il vero

  Sei tu, dolce pensiero;

  Sogno e palese error. Ma di natura,

  Infra i leggiadri errori,

  Divina sei; perchè sì viva e forte,

  Che incontro al ver tenacemente dura,

  E spesso al ver s’adegua,

  Nè si dilegua pria, che in grembo a morte.

  E tu per certo, o mio pensier, tu solo

  Vitale ai giorni miei,

  Cagion diletta d’infiniti affanni,

  Meco sarai per morte a un tempo spento:

  Ch’ a vivi segni dentro l’alma io sento

  Che in perpetuo signor dato mi sei.

  Altri gentili inganni

  Soleami il vero aspetto

  Più sempre infievolir. Quanto più torno

  A riveder colei

  Della qual teco ragionando io vivo,

  Cresco quel gran diletto,

  Cresce quel gran delirio, ond’io respiro.

  Angelica beltade!

  Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro,

  Quasi una finta imago

  Il tuo volto imitar. Tu sola fonte

  D’ogni altra leggiadria,

  Sola vera beltà parmi che sia.

  Da che ti vidi pria,

  Di qual mia seria cura ultimo obbietto

  Non fosti tu? quanto del giorno è scorso,

  Ch’io di te non pensassi? ai sogni miei

  La tua sovrana imago

  Quante volte mancò? Bella qual sogno,

  Angelica sembianza,

  Nella terrena stanza,

  Nell’alte vie dell’universo intero,

  Che chiedo io mai, che spero

  Altro che gli occhi tuoi veder più vago?

  Altro più dolce aver che il tuo pensiero?

  XXVII. AMORE E MORTE.

  Ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνήσκει νέος.

  Muor giovane colui ch’al ciel è caro.

  Menandro.

  Fratelli, a un tempo stesso, Amore o Morte

  Ingenerò la sorte.

  Cose quaggiù sì belle

  Altre il mondo non ha, non han le stelle.

  Nasce dall’uno il bene,

  Nasce il piacer maggiore

  Che per lo mar dell’essere si trova;

  L’altra ogni gran dolore,

  Ogni gran male annulla.

  Bellissima fanciulla,

  Dolce a veder, non quale

  La si dipinge la codarda gente,

  Gode il fanciullo Amore

  Accompagnar sovente;

  E sorvolano insiem la via mortale,

  Primi conforti d’ogni saggio core.

  Nè cor fu mai più saggio

  Che percosso d’amor, nè mai più forte

 

Add Fast Bookmark
Load Fast Bookmark
Turn Navi On
Turn Navi On
Turn Navi On
Scroll Up
Turn Navi On
Scroll
Turn Navi On
183