Giacomo leopardi collect.., p.28

Giacomo Leopardi Collected Works, page 28

 

Giacomo Leopardi Collected Works
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  Sprezzò l’infausta vita,

  Nè per altro signore

  Come per questo a perigliar fu pronto:

  Ch’ove tu porgi aita,

  Amor, nasce il coraggio,

  O si ridesta; e sapiente in opre,

  Non in pensiero invan, siccome suole,

  Divien l’umana prole.

  Quando novellamente

  Nasce nel cor profondo

  Un amoroso affetto,

  Languido e stanco insiem con esso in petto

  Un desiderio di morir si sente:

  Come, non so: ma tale

  D’amor vero e possente è il primo effetto.

  Forse gli occhi spaura

  Allor questo deserto: a sè la terra

  Forse il mortale inabitabil fatta

  Vede omai senza quella

  Nova, sola, infinita

  Felicità che il suo pensier figura:

  Ma per cagion di lei grave procella

  Presentendo in suo cor, brama quiete.

  Brama raccorsi in porto

  Dinanzi al fier disio,

  Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.

  Poi, quando tutto avvolge

  La formidabil possa,

  E fulmina nel cor l’invitta cura,

  Quante volte implorata

  Con desiderio intenso.

  Morte, sei tu dall’affannoso amante!

  Quante la sera, e quante

  Abbandonando all’alba il corpo stanco,

  Sè beato chiamò s’indi giammai

  Non rilevasse il fianco.

  Nè tornasse a veder l’amara luce!

  E spesso al suon della funebre squilla,

  Al canto che conduce

  La gente morta al sempiterno obblio.

  Con più sospiri ardenti

  Dall’imo petto invidiò colui

  Che tra gli spenti ad abitar sen giva.

  Fin la negletta plebe,

  L’uom della villa, ignaro

  D’ogni virtù che da saper deriva,

  Fin la donzella timidetta e schiva,

  Che già di morte al nome

  Sentì rizzar le chiome.

  Osa alla tomba, alle funeree bende

  Fermar lo sguardo di costanza pieno,

  Osa ferro e veleno

  Meditar lungamente,

  E nell’indotta mente

  La gentilezza del morir comprende.

  Tanto alla morte inclina

  D’amor la disciplina. Anco sovente,

  A tal venuto il gran travaglio interno

  Che sostener nol può forza mortale,

  O cede il corpo frale

  Ai terribili moti, e in questa forma

  Pel fraterno poter Morte prevale;

  O così sprona Amor là nel profondo,

  Che da se stessi il villanello ignaro,

  La tenera donzella

  Con la man violenta

  Pongon le membra giovanili in terra.

  Ride ai lor casi il mondo,

  A cui pace e vecchiezza il ciel consenta.

  Ai fervidi, ai felici,

  Agli animosi ingegni

  L’uno o l’altro di voi conceda il fato,

  Dolci signori, amici

  All’umana famiglia,

  Al cui poter nessun poter somiglia

  Nell’immenso universo, e non l’avanza,

  Se non quella del fato, altra possanza.

  E tu, cui già dal cominciar degli anni

  Sempre onorata invoco,

  Bella Morte, pietosa

  Tu sola al mondo dei terreni affanni,

  Se celebrata mai

  Fosti da me, s’al tuo divino stato

  L’onte del volgo ingrato

  Ricompensar tentai,

  Non tardar più, t’inchina

  A disusati preghi,

  Chiudi alla luce omai

  Questi occhi tristi, o dell’età reina.

  Me certo troverai, qual si sia l’ora

  Che tu le penne al mio pregar dispieghi,

  Erta la fronte, armato,

  E renitente al fato,

  La man che flagellando si colora

  Nel mio sangue innocente

  Non ricolmar di lode,

  Non benedir, com’usa

  Per antica viltà l’umana gente;

  Ogni vana speranza onde consola

  Sè coi fanciulli il mondo,

  Ogni conforto stolto

  Gittar da me; null’altro in alcun tempo

  Sperar, se non te sola;

  Solo aspettar sereno

  Quel dì ch’io pieghi addormentato il volto

  Nel tuo virgineo seno.

  XXVIII. A SE STESSO.

  Or poserai per sempre.

  Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,

  Ch’ eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

  In noi di cari inganni,

  Non che la speme, il desiderio è spento.

  Posa per sempre. Assai

  Palpitasti. Non val cosa nessuna

  I moti tuoi, nè di sospiri è degna

  La terra. Amaro e noia

  La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

  T’acqueta omai. Dispera

  L’ultima volta. Al gener nostro il fato

  Non donò che il morire. Omai disprezza

  Te, la natura, il brutto

  Poter che, ascoso, a comun danno impera,

  E l’infinita vanità del tutto.

  XXIX. ASPASIA.

  Torna dinanzi al mio pensier talora

  Il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo

  Per abitati lochi a me lampeggia

  In altri volti; o per deserti campi,

  Al dì sereno, alle tacenti stelle,

  Da soave armonia quasi ridesta,

  Nell’alma a sgomentarsi ancor vicina

  Quella superba vision risorge.

  Quanto adorata, o numi, e quale un giorno

  Mia delizia od erinni! E mai non sento

  Mover profumo di fiorita piaggia,

  Nè di fiori olezzar vie cittadine,

  Ch’io non ti vegga ancor qual eri il giorno

  Che ne’ vezzosi appartamenti accolta,

  Tutti odorati de’ novelli fiori

  Di primavera, del color vestita

  Della bruna viola, a me si offerse

  L’angelica tua forma, inchino il fianco

  Sovra nitide pelli, e circonfusa

  D’arcana voluttà; quando tu, dotta

  Allettatrice, fervidi, sonanti

  Baci scoccavi nelle curve labbra

  De’ tuoi bambini, il niveo collo intanto

  Porgendo, e lor di tue cagioni ignari

  Con la man leggiadrissima stringevi

  Al seno ascoso e desiato. Apparve

  Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio

  Divino al pensier mio. Così nel fianco

  Non punto inerme a viva forza impresse

  Il tuo braccio lo stral, che poscia fitto

  Ululando portai finch’a quel giorno

  Si fu due volte ricondotto il sole.

  Raggio divino al mio pensiero apparve,

  Donna, la tua beltà. Simile effetto

  Fan la bellezza e i musicali accordi.

  Ch’alto mistero d’ignorati Elisi

  Paion sovente rivelar. Vagheggia

  Il piagato mortal quindi la figlia

  Della sua mente, l’amorosa idea,

  Che gran parte d’Olimpo in sè racchiude,

  Tutta al volto, ai costumi, alla favella,

  Pari alla donna che il rapito amante

  Vagheggiare ed amar confuso estima.

  Or questa egli non già, ma quella, ancora

  Nei corporali amplessi, inchina ed ama.

  Alfin l’errore e gli scambiati oggetti

  Conoscendo, s’adira; e spesso incolpa

  La donna a torto. A quella eccelsa imago

  Sorge di rado il femminile ingegno;

  E ciò che inspira ai generosi amanti

  La sua stessa beltà, donna non pensa,

  Nè comprender potria. Non cape in quelle

  Anguste fronti ugual concetto. E male

  Al vivo sfolgorar di quegli sguardi

  Spera l’uomo ingannato, e mal richiede

  Sensi profondi, sconosciuti, e molto

  Più che virili, in chi dell’uomo al tutto

  Da natura è minor. Che se più molli

  E più tenui le membra, essa la mente

  Men capace e men forte anco riceve.

  Nè tu fin or giammai quel che tu stessa

  Inspirasti alcun tempo al mio pensiero,

  Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai

  Che smisurato amor, che affanni intensi,

  Che indicibili moti e che deliri

  Movesti in me; nè verrà tempo alcuno

  Che tu l’intenda. In simil guisa ignora

  Esecutor di musici concenti

  Quel ch’ei con mano e con la voce adopra

  In chi l’ascolta. Or quell’Aspasia è morta

  Che tanto amai. Giace per sempre, oggetto

  Della mia vita un dì: se non se quanto,

  Pur come cara larva, ad ora ad ora

  Tornar costuma e disparir. Tu vivi,

  Bella non solo ancor, ma bella tanto,

  Al parer mio, che tutte l’altre avanzi.

  Pur quell’ardor che da te nacque è spento:

  Perch’io te non amai, ma quella Diva

  Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.

  Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque

  Sua celeste beltà, ch’io, per insino

  Già dal principio conoscente e chiaro

  Dell’esser tuo, dell’arti e delle frodi,

  Pur ne’ tuoi contemplando i suoi begli occhi,

  Cupido ti seguii finch’ella visse,

  Ingannato non già, ma dal piacere

  Di quella dolce somiglianza un lungo

  Servaggio ed aspro a tollerar condotto.

  Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola

  Sei del tuo sesso a cui piegar sostenni

  L’altero capo, a cui spontaneo porsi

  L’indomito mio cor. Narra che prima,

  E spero ultima certo, il ciglio mio

  Supplichevol vedesti, a te dinanzi

  Me timido, tremante (ardo in ridirlo

  Di sdegno e di rossor), me di me privo,

  Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto

  Spiar sommessamente, a’ tuoi superbi

  Fastidi impallidir, brillare in volto

  Ad un segno cortese, ad ogni sguardo

  Mutar forma e color. Cadde l’incanto,

  E spezzato con esso, a terra sparso

  Il giogo: onde m’allegro. E sebben pieni

  Di tedio, alfin dopo il servire e dopo

  Un lungo vaneggiar, contento abbraccio

  Senno con libertà. Che se d’affetti

  Orba la vita, e di gentili errori,

  È notte senza stelle a mezzo il verno,

  Già del fato mortale a me bastante

  E conforto e vendetta è che su l’erba

  Qui neghittoso immobile giacendo,

  Il mar la terra e il ciel miro e sorrido.

  XXX. SOPRA UN BASSO RILIEVO ANTICO SEPOLCRALE

  DOVE UNA GIOVANE MORTA

  È RAPPRESENTATA IN ATTO DI PARTIRE,

  ACCOMIATANDOSI DAI SUOI.

  Dove vai? chi ti chiama

  Lunge dai cari tuoi,

  Bellissima donzella?

  Sola, peregrinando, il patrio tetto

  Sì per tempo abbandoni? a queste soglie

  Tornerai tu? farai tu lieti un giorno

  Questi ch’oggi ti son piangendo intorno?

  Asciutto il ciglio ed animosa in atto.

  Ma pur mesta sei tu. Grata la via

  O dispiacevol sia, tristo il ricetto

  A cui movi o giocondo.

  Da quel tuo grave aspetto

  Mal s’indovina. Ahi ahi, nè già potria

  Fermare io stesso in me, nè forse al mondo

  S’intese ancor, se in disfavore al cielo

  Se cara esser nomata,

  Se misera tu debbi o fortunata.

  Morte ti chiama; al cominciar del giorno

  L’ultimo istante. Al nido onde ti parti,

  Non tornerai. L’aspetto

  De’ tuoi dolci parenti

  Lasci per sempre. Il loco

  A cui movi, è sotterra:

  Ivi fia d’ogni tempo il tuo soggiorno.

  Forse beata sei; ma pur chi mira,

  Seco pensando, al tuo destin, sospira.

  Mai non veder la luce

  Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo

  Che reina bellezza si dispiega

  Nelle membra e nel volto,

  Ed incomincia il mondo

  Verso lei di lontano ad atterrarsi;

  In sul fiorir d’ogni speranza, e molto

  Prima che incontro alla festosa fronte

  I lùgubri suoi lampi il ver baleni;

  Come vapore in nuvoletta accolto

  Sotto forme fugaci all’orizzonte,

  Dileguarsi così quasi non sorta,

  E cangiar con gli oscuri

  Silenzi della tomba i dì futuri,

  Questo se all’intelletto

  Appar felice, invade

  D’alta pietade ai più costanti il petto.

  Madre temuta e pianta

  Dal nascer già dell’animal famiglia,

  Natura, illaudabil maraviglia,

  Che per uccider partorisci e nutrì,

  Se danno è del mortale

  Immaturo perir, come il consenti

  In quei capi innocenti!

  Se ben, perchè funesta,

  Perchè sovra ogni male,

  A chi si parte, a chi rimane in vita,

  Inconsolabil fai tal dipartita?

  Misera ovunque miri,

  Misera onde si volga, ove ricorra,

  Questa sensibil prole!

  Piacqueti che delusa

  Fosse ancor dalla vita

  La speme giovanil; piena d’affanni

  L’onda degli anni; ai mali unico schermo

  La morte; e questa inevitabil segno,

  Questa, immutata legge

  Ponesti all’uman corso. Ahi perchè dopo

  Le travagliose strade, almen la meta

  Non ci prescriver lieta? anzi colei

  Che per certo futura

  Portiam sempre, vivendo, innanzi all’alma,

  Colei che i nostri danni

  Ebber solo conforto,

  Velar di neri panni,

  Cinger d’ombra sì trista,

  E spaventoso in vista

  Più d’ogni flutto dimostrarci il porto?

  Già se sventura è questo

  Morir che tu destini

  A tutti noi che senza colpa, ignari,

  Nè volontari al vivere abbandoni,

  Certo ha chi more invidiabil sorte

  A colui che la morte

  Sente de’ cari suoi. Che se nel vero,

  Com’io per fermo estimo,

  Il vivere è sventura,

  Grazia il morir, chi però mai potrebbe,

  Quel che pur si dovrebbe,

  Desiar de’ suoi cari il giorno estremo,

  Per dover egli scemo

  Rimaner di se stesso.

  Veder d’in su la soglia levar via

  La diletta persona

  Con chi passato avrà molt’anni insieme,

  E dire a quella addio senz’altra speme

  Di riscontrarla ancora

  Per la mondana via;

  Poi solitario abbandonato in terra,

  Guardando attorno, all’ore ai lochi usati

  Rimemorar la scorsa compagnia?

  Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre

  Di strappar dalle braccia

  All’amico l’amico,

  Al fratello il fratello,

  La prole al genitore,

  All’amante l’amore: e l’uno estinto,

  L’altro in vita serbar? Come potesti

  Far necessario in noi

  Tanto dolor, che sopravviva amando

  Al mortale il mortal? Ma da natura

  Altro negli atti suoi

  Che nostro male o nostro ben si cura.

  XXXI. SOPRA IL RITRATTO DI UNA BELLA DONNA SCOLPITO NEL MONUMENTO SEPOLCRALE DELLA MEDESIMA.

  Tal fosti: or qui sotterra

  Polve e scheletro sei. Su l’ossa e il fango

  Immobilmente collocato invano,

  Muto, mirando dell’etadi il volo,

  Sta, di memoria solo

  E di dolor custode, il simulacro

  Della scorsa beltà. Quel dolce sguardo,

  Che tremar fe’, se, come or sembra, immoto

  In altrui s’affisò; quel labbro, ond’alto

  Par, come d’urna piena,

  Traboccare il piacer; quel collo, cinto

  Già di desio; quell’amorosa mano,

  Che spesso, ove fu pòrta.

  Sentì gelida far la man che strinse;

  E il seno, onde la gente 15

  Visibilmente di pallor si tinse,

  Furo alcun tempo: or fango

  Ed ossa sei: la vista

  Vituperosa e trista un sasso asconde.

  Così riduce il fato

  Qual sembianza fra noi parve più viva

  Immagine del ciel. Misterio eterno

  Dell’esser nostro. Oggi, d’eccelsi, immensi

  Pensieri e sensi inenarrabil fonte,

  Beltà grandeggia, e pare,

  Quale splendor vibrato

  Da natura immortal su queste arene,

  Di sovrumani fati,

  Di fortunati regni e d’aurei mondi

  Segno e sicura spene

  Dare al mortalo stato:

  Diman, per lieve forza,

  Sozzo a vedere, abominoso, abbietto

  Divien quel che fu dianzi

  Quasi angelico aspetto,

  E dalle menti insieme

  Quel che da lui moveva

  Ammirabil concetto, si dilegua.

  Desiderii infiniti

  E visioni altere

  Crea nel vago pensiere,

  Per naturai virtù, dotto concento;

  Onde per mar delizioso, arcano

  Erra lo spirto umano,

  Quasi come a diporto

  Ardito notator per l’Oceano:

  Ma se un discorde accento

  Fere l’orecchio, in nulla

  Torna quel paradiso in un momento.

  Natura umana, or come,

  Se frale in tutto e vile,

  Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?

  Se in parte anco gentile,

  Come i più degni tuoi moti e pensieri

  Son così di leggeri

  Da sì basse cagioni e désti e spenti?

  XXXII. PALINODIA AL MARCHESE GINO CAPPONI.

  Il sempre sospirar nulla rileva.

  PETRARCA.

  Errai, candido Gino; assai gran tempo,

  E di gran lunga errai. Misera e vana

  Stimai la vita, e sovra l’altre insulsa

 

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